Bambini della Creazione

(tratto da In sonno e in veglia di Annamaria Ortese)


  In questi giorni ho mandato a un giovane francese appassionato di letteratura italiana, e che la nostra lingua conosce perfettamente, un libro italiano. È un libro famoso, di uno scrittore che era bambino ai tempi del fascismo. Nelle prime pagine c’è un episodio, suppongo di alto valore simbolico, che me ne ricorda un altro, accaduto anche questo durante il fascismo. Ma il fascismo non c’entra per niente. Ero una scolara senza scuola; invece di andare a scuola (dove ero iscritta) consumavo le strade, panoramiche o non, e allora poco affollate, della mia città, che era una popolosa città mediterranea. C’erano allora, invece di macchine, carri e carretti, spesso stracolmi di verdure o altri carichi. Un solo cavallo reggeva tutto. Erano bestie che si trascinavano a stento, sempre a testa bassa, sfiancate e il corpo coperto di macchie rosse: le piaghe lasciate dalle incisioni della frusta. Erano tante, queste piaghe – a volte cicatrizzate, a volte no, ora ingrigite, ora ancora di fuoco – che il cavallo, ogni tanto, quasi scosso da un brivido, si voltava a cercarle. Doveva sembrargli impossibile di doverle portare sempre, sempre, senza un aiuto, il minimo sollievo.   Uno di questi cavalli, una mattina intorno agli Anni Trenta (lo Scrittore era allora bambino), percorreva, chiuso tra due stanghe, un vicolo circondato da giardini di un’aerea bellezza. Ma non andava avanti che a stento; anzi, non andava mai avanti. Il suo carico, alto come una casa, era disumano. La testa del cavallo, abbassata, scarna e sensibile – come pensierosa – si volgeva continuamente a guardare verso i fianchi quelle orride piaghe. Gli occhi sembravano pieni di lacrime, ma forse era solo un colare di umore, perché si dice che i cavalli non piangono. Non avevo ancora visto l’Umanità seduta su un martirio. A un certo punto la vidi, sotto forma di un giovane carrettiere di cui ricordo solo il vigore, l’immobilità, la tracotanza, il berretto e il braccio (con la terribile frusta) alzato. Ne ricordo anche il sorriso, fermo su me, di traverso, in una espressione di incredulità e di beffa. «Così» sembrava  pensare «non si va avanti. Ora scendiamo, e diamo a tutti e due» (il Due ero io) «una lezione». Ed ecco cosa seguì, prima ancora che io mi fossi scostata (ma non mi scostai, o non feci in tempo).   Il carrettiere scese con un balzo a terra, ma non usò la frusta, che aveva sotto il braccio. Prese, sollevò, avvicinò a sé, con due mani, la grande faccia gentile del cavallo, la guardò negli occhi, e in quegli occhi, alla fine, con folle violenza, sputò.   Io ripresi il mio cammino, dopo un momento, mentre anche il carro si muoveva, col suo carico di martirio e d’ingiurie, per il vicolo infinito, e ancora quei vortici della bacchetta di fuoco. Non ricordo altro. Ma pensai a lungo (diciamo mezzo secolo e più) a quel cavallo, e, devo aggiungere, l’inferno di questo secolo non mi fu ignoto né estraneo. Vidi tutti i giornali, dagli Anni Quaranta in poi, e fui testimone di molte sofferenze e disastri. Ma non dimenticai quel cavallo.   Ancora adesso, dopo forse sessant’anni, leggo molti giornali, e sono testimone, per lo meno nel pensiero, la notte, quando cantano solo i tubi dell’acqua, in cucina, e la pioggia scorre sul selciato, dei disastri e il dolore terrestre: Ma non dimentico quel cavallo. Aggiungo che un’altra volta, certo per scherzo, da ragazzetta, in quel tempo (forse perché ero sciocca e camminavo sempre), fui raggiunta anch’io da un colpetto di frusta. E dopo un momento di rabbia, me ne sorpresi positivamente e me ne rallegrai: dividevo qualcosa con quel cavallo, che sempre più, ai miei occhi, si elevava a simbolo mite del passaggio, nel mondo, del signore dei cieli.   Questi, infatti, non può essere che ingiuriato – usato e colpito – e poi ingiuriato.   A questo punto ci si chiederà perché mai ho mandato il libro (bellissimo) dello Scrittore italiano al giovane ed entusiasta intellettuale francese, e già oggi, felice, egli mi ha scritto che lo leggerà e dirà il suo parere. L’ho mandato, appunto – senza una parola – per avere un parere. Ma dietro la mia proposta non c’è unicamente l’attesa di una intensa e lucida partecipazione di un lettore di lingua francese all’opera di un bel talento italiano, sibbene c’è la speranza di un’altra partecipazione; l’ansia di sapere se l’episodio cui mi riferii (analogo a quello del carrettiere) lo interessi, lo sorprenda, lo faccia pensare. Capire, capire alla fine se, dopo mezzo secolo di orrori, e un secolo o due di abbagli culturali, capire se gli uomini più giovani e preparati – come si può presumere debba esserlo un intellettuale della sinistra (o anche la destra) francese -, abbiano inteso finalmente qual è il cuore del problema, il cuore del tempo, il cuore della verità (di questo inferno che attanaglia la storia dal privato al pubblico, dalle coste dove sorge il sole a quelle dove tramonta). E quale rivoluzione ci aspettiamo.   Dico noi, mi metto in prima fila, desidero essere vista e firmare, e dare tutto ciò che ho, anche d’invisibile (soprattutto dispongo di cose invisibili), a favore di questa causa, o rivoluzione.   Essa riguarda la liberazione degli altri popoli – i popoli muti di questa terra, i popoli detti Senza Anima – dal Dittatore fornito di anima – e per di più immortale! – che è il loro carnefice da sempre. Il suo nome (di tale carnefice) è noto, ma non sempre il labbro accetta di pronunciarlo.   Come e quando inizierà questa rivoluzione? Non lo so. Ma sarà la più grande, e da essa soltanto ricomincerà qualche speranza per la orgogliosa vita umana.   Prima, no. Prima della confessione del maggiore ed  eterno peccato, ch’è la sottomissione, l’uso e la degradazione di tutti i piccoli Popoli muti, da parte della superiore razza umana, per questa razza, essenzialmente distruttrice, non ci sarà speranza di sfuggire alla Nube. Perché non è lei, la Nube, che viaggia verso di noi: siamo noi, inventori dell’offesa infinita (Oltraggio, è la parola giusta) alla Natura sovrumana, siamo noi che viaggiamo, corriamo, accecati dall’ansia di superarla, verso quella Nube. E costruiamo la Fine.   Enumerare tutti i peccati dell’Uomo contro il Cavallo, l’Aquila, il Passero, lo stesso Serpente, e tutti i figli del cielo e della terra, della notte, dell’alba e l’aurora (Essi apparvero e furono subito adoperati e uccisi, e poi ingiuriati) non si può. Non ha tanti numeri il cielo, che pure è infinita scaturigine di numeri, né tanti grani di sabbia il mare, dall’inizio di tutti i mari, da consentire un calcolo anche approssimativo, una somma anche incerta degli strazi subiti dai Popoli muti per mano dell’Uomo. No; un conto siffatto è oltre la misura di tutti i confronti pensabili; e la porta di questo inaudito Campo dei Martiri, che è il passato e il presente dei Popoli muti, giorno e notte, con le sue bifore dorate, sotto il pugno del Potere umano si attorce e arde. Per essi, questi Popoli muti, il cielo è pieno di sangue, e la terra – che a noi può essere delizia – fucina di lamenti. Leggiamo, in Hardy, la descrizione della notte passata da Tess dei d’Urbervilles nella brughiera, e la scoperta dei fagiani morenti, l’aiuto che diede loro, e la sua considerazione del nulla (o quasi) del dolore umano, che sempre può attendersi un aiuto, davanti all’inferno del dolore animale, che può attendersi invece solo l’ingiuria.   Ma Hardy è un grande. Non scrive per glorificare se stesso, ma per illuminare questa terra che ne ha bisogno.     Centocinquanta milioni di uccelli uccisi mentre viaggiavano verso l’Africa, dai cacciatori del mio paese. E quanti, dunque – nei boschi e le radure italiane – la notte fremono e si lamentano, non visti, finché arrivano gli incendi dei boschi, e il fuoco, come usava da parte degli invasori durante le guerre, a purificazione dei villaggi insanguinati e distrutti, non giunge a liberarli. E a quanti, poi, tra i figli dei Popoli muti, la morte, dall’Uomo, non è giudicata sufficiente espiazione della loro innocenza e bellezza: vengono introdotti perciò nella dimensione del supplizio privato o popolare. Così, in Ispagna, non c’è solo – quindicimila volte l’anno? – la soffocazione del Toro nel suo proprio sangue, non c’è solo l’Arena – tra ventagli d’oro e gonne scarlatte, occhi languidi e ventri tesi – ma usa, nelle piazze dei villaggi, durante le feste sante, e forse quelle patriottiche o civili – usa il sacrificio, che deve essere atroce, e incantato da resse di donne e di bimbi – dei piccoli animali.   (Ho visto queste foto, e le ricordo, come la mente ricorda il Cavallo degli Anni Trenta, e sono queste immagini e memorie che impediscono a volte di accettare come decenti le Teologie. Non Dio, forse, creò l’Uomo, ma il contrario, e perciò potrebbe non esservi speranza alcuna per i minori di tutta la Creazione, e nessuna assolutamente per i miti e i buoni).   Ma forse queste Creature – è il pensiero disperato che indaga – non sono punite dall’Uomo in quanto veri peccatori o mostri della Creazione, ma sono punite, ingiuriate e distrutte in quanto – purtroppo – «simboli». E di che simbolo, se non del Male, detestato, sembra, da quel buon cristiano, o pagano, o di altre fedi, che è – non si può tacerlo – l’Erede della Creazione, il Primogenito, il figlio di Adamo?   Ma – domanda – ci sono «simboli» del male (umano), o non esiste che il Male in sé, cioè: Distruzione?   Io credo ai Distruttori. E che ad essi, e solo ad essi, dobbiamo (noi e gli altri Popoli muti) il dolore della terra, la sua attuale tristezza, l’impallidire della luce e del mare, dobbiamo il generale vacillamento delle rondini e l’incertezza del Sole. Vi è assassinio dovunque, dell’uomo contro l’uomo, di tutti gli uomini (anche se non sanno), contro la Vita, la santa Natura in persona. Vi è assassinio – ed è libero – dovunque. Viene chiamato diritto alla regolazione di sé – mentre è solo eliminazione planetaria dei più deboli. Il Distruttore – dopo aver sconvolto e terrorizzato la Terra – si slancia adesso nei cieli, punta sul Sole, a difesa – dice – della vita! Quale difesa, e quale vita!   C’erano una volta, sulla terra, i Creatori di giardini e di case, di fontane e di rose, di favole, di canti, di consolazione. Ora dovunque imperano i Distruttori. Essi pongono il sigillo del Potere umano – spoliazione e macello – su ogni umile vita. Tutto il Respiro materno della terra avviano verso i Cimiteri dell’Industria, da cui procederà il riempimento dei ventri umani, e proseguirà il decadere, per droga, mangime e reale immobilità (tutti sono immobili, malgrado il continuo viaggiare), proseguirà il decadere delle Fronti. Pensare, sentire, l’Umanità non può più. È copia, estensione illimitata di copie (della umanità svanita), vuole sopravvivere, e nulla più. Tuttavia non basta questo stato di nulla – questa caduta di ogni pur minima direzione e visione, a respingere il Distruttore (della Terra e dei suoi figli) negli «abissi esterni» della Creazione, da dove uscì. Egli ha illuso e accecato tutti, al punto che viene indicato come nemico dell’avvenire, della incontrastabile superiorità umana e della sua avanzata, vero sabotatore del suo regno, chiunque – dal suo nulla -, liberamente lo osserva, lo vede.     In sonno o in veglia questi duri pensieri?     Non so. Ma so che occorre – forse si è ancora in tempo – guardarsi dai Distruttori e dal principe dei Distruttori, che abita, come un paese, l’umanità. Bisogna distogliere con forza lo sguardo dai « simboli », tutta la Natura muta e materna nelle povere luci dell’alba – la grigia alba del Nuovo Uomo – e riportarlo alla cosa – lo Spirito distruttore, appunto, da cui procede l’accartocciarsi e ingrigire della luce, e il fatto terribile che la terra viene meno.   Mai più affidarsi ai Simboli! Colpirli e sputare negli occhi del Cavallo, dell’Aquila! Mai più ammassare capretti e agnelli negli scannatoi! Mai più rapire creature infantili o materne e paterne ai loro solitari prati e radunarle nelle arene a sollazzo delle folle domenicali! Mai più inventare e programmare Agonie!   Mai più costruire laboratori che dovrebbero curare i mali dell’Uomo. Oltre che «spaventoso» – il termine che tocca al Laboratorio – è inutile. L’uomo è perduto se non diventa l’uomo.   (Questo era il suo fine, nascendo, tanti milioni d’anni fa: diventare l’uomo senza artigli, abbandonare via via l’ascia, la fionda, spezzare i fucili, seppellire i coltelli – e nulla di questo è stato fatto! Anzi, la suprema Deflagrazione siede ormai, come un nuovo sole, sole di tramonto, all’orizzonte di ogni Paese (civile o meno, non significa: tutti, il nuovo sole, li affratella!).   Riposa, cara Tess dei d’Urbervilles, nella brughiera delle tue scoperte disperate. A te il sonno della giustizia terrestre, e il sonno – consolato dalla tua fraternità – ai Fagiani morenti. E riposate anche voi, antico Cavallo tremante in una strada del Sud, e Aquila bambina che piangevi sangue fissando il tuo nemico, intellettuale di genio, in una baracca del Nord.   Riposate voi tutti, Bambini della Creazione.   Non ci sono altri Bambini nella Creazione, se non quelli che seppero l’inermità e lo strazio, e a cui fu rubata – nell’oltraggio assoluto – la vita. E solo di questi Bambini – e degli altri fanciulli che li soccorsero – il nostro Dio tanto lontano, il vero Padre della vita – un giorno terrà conto. E un’alba senza fine sorgerà – sul mondo libero dal Distruttore – per loro. E per loro soltanto.